Quando tutto ebbe inizio: Sex and the City

Prendete lo stile narrativo di “Desperate Housewives”, i bei vestiti e la New York scintillante anni ‘90 di “Gossip Girl”, i personaggi normali e realistici di “Glee” e la naturalezza dei dialoghi e dei discorsi di “Una mamma per amica”; tutte queste caratteristiche rendono “Sex and the City” un capolavoro, il predecessore di tutti i telefilm che oggi ottengono milioni e milioni di visualizzazioni su internet e percentuali altissime di share.

Sicuramente tutti hanno sentito parlare di Sex and the City, molti hanno visto i film ma pochi della mia generazione, nata negli anni ’90, hanno avuto l’occasione di vedere questo telefilm dalla prima puntata della prima stagione. Sono un’appassionata di serie TV ma non avevo mai visto questa serie e, piuttosto che trovarne una nuova, ho preferito soddisfare questa mia curiosità apprezzando l’idea più geniale e creativa prodotta da Sarah Jessica Parker. Sicuramente senza SATC tutti i telefilm più famosi del 2000 non ci sarebbero stati. È la storia di quattro normalissime donne che lavorano a New York, sono forti e in gamba e legate da una forte amicizia. Ogni puntata, che dura circa 25 minuti, analizza un particolare aspetto della società moderna prima della “generazione Hi-tech”: dinamiche nel rapporto uomo-donna, difficoltà nel mondo del lavoro e vari problemi e interrogativi delle donne.

Finora ho visto solo le prime sei puntate della prima stagione e quel che mi ha subito colpito è ciò di cui parlano e come ne parlano; infatti le quattro protagoniste Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte non sono le classiche donne dei telefilm americani superficiali, con una vita talmente monotona da sembrare perfetta, aspetto impeccabile e una quantità minima di preoccupazioni (figli – casa – soldi); loro sono decisamente più profonde, si domandano perché molte donne in gamba e di successo si facciano intimorire dalle modelle irrealisticamente perfette che vedono sulle riviste, “provano” gli uomini e Carrie fa una ricerca costante sul comportamento maschile. Risultano personaggi realistici perché, come tutti gli esseri umani, commettono errori e molti loro comportamenti risultano opinabili.

Certamente il telefilm, nel periodo in cui uscì, non era adatto ad un pubblico under 20 ma la società sta cambiando velocemente e dai sedici anni in su può essere apprezzato e molti dei temi trattati possono essere compresi, considerando che le protagoniste sono adulte e hanno molta esperienza alle spalle. È una serie tv che dovrebbe esser vista prima di tutte quelle che oggi fanno incetta di premi ai Golden Globes e agli Emmys.

Viste le ultime vicende c’è proprio bisogno di fare questo salto negli anni ’90 per avere un sano esempio di donne, vere donne che non hanno bisogno di affidarsi ad altri per avere successo.

Simonetta Mastropasqua

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